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L’ANTICO MULINO

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L’ANTICO MULINO2017-08-02T10:35:51+00:00

ANTICO MULINO AD ACQUA

L’antico mulino risale al 1.500 ed è stato funzionante fino al 1954, anno in cui ha smesso di lavorare a causa dell’avvento dei mulini a motore e del parziale crollo della vecchia diga. Il livello di ritenuta della vecchia diga era a quota 233.2 metri s.l.m., il livello ordinario dell’acqua a valle era a quota 229.7 metri s.l.m., mentre la portata era di 3 mc/sec. Su questo stesso tratto di fiume, nel 2003, è stata costruita dal Comune di Umbertide la Centrale Idroelettrica da 700 kW.

Scopri di più sull’impianto idroelettrico
la storia del mulino
Il ritrecine

LE SALE DELL’ANTICO MULINO RICOSTRUITE IN 3D

CURIOSITA’ E UN PO’ DI STORIA

La testimonianza storica dell’ultimo mugnaio Giuseppe Sonaglia ci ha permesso di ricostruire la storia del mulino

LA VITA NEL MULINO

Il mulino era un luogo pieno di gente e di vita. C’erano i contadini che portavano, sui muli, il grano a macinare, le lavandaie che lavavano i panni al fiume e i bambini che scorrazzavano in giro mentre i genitori lavoravano.

Due sono le famiglie che hanno vissuto in questi antichi luoghi negli ultimi anni di funzionamento del mulino, la famiglia Sonaglia entrata nel 1926 e la famiglia Gamboni che viveva nel mulino da generazioni. Ancora oggi, infatti, il posto è noto anche come “Ex mulino de’ Gamboni”.

Ogni membro delle due famiglie aveva un suo ruolo di lavoro, già a 9 anni, i bambini aiutavano i genitori con compiti specifici, c’era il fabbro, il manovale delle macine, chi si occupava dei campi della tenuta e chi del bestiame.

D’inverno, il grande focolare de’ I Gamboni, al piano terra, era acceso per tutti coloro che ne avevano bisogno, quel fuoco non riscaldava solo le persone, ma anche i cuori di chi, dopo la fatica della giornata, cercava compagnia e qualche sorriso.

Il proprietario della tenuta era il Marchese Marignoli di Monte Corona e le due famiglie, Sonaglia e Gamboni, vivevano a mezzadria.

LA MACINAZIONE

Il mulino di Mola Casanova era il più grande della zona, aveva ben tre macine e quando la forza del fiume era sufficiente, potevano lavorare contemporaneamente. L’impianto era costituito da una turbina ad asse verticale, con pale a cucchiaio, che alimentava direttamente una macina, mentre le altre due erano collegate con sistemi ad ingranaggio. Le macine avevano un diametro di circa 140 cm e un’altezza di circa 20 cm. Macinavano ogni sorta di cereali, una delle tre era specializzata nella produzione di mangime per il bestiame, macinava ghiande e cereali di minor pregio.

Per macinare un quintale di grano, ci si impiegava circa un’ora e  in una giornata di lavoro, si potevano produrre anche 15-20 q di farina.

IL RITRECINE

L’albero e la ruota a pale erano collocate al centro di un ambiente seminterrato con soffitto voltato e due aperture poste una di fronte all’altra per l’entrata e la fuoruscita dell’acqua. L’acqua necessaria a muovere la ruota orizzontale era presa dal Fiume Tevere e fatta confluire in un condotto (canala) in pendenza e sboccava acquistando forza direttamente sulle pale della ruota.

L’albero del ritrecine era costruito utilizzando un unico tronco di quercia, nella sua parte inferiore (il mozzo) si praticavano delle fenditure verticali in cui alloggiavano a incastro, fissate con zeppe (taiòle), le pale a forma di cucchiaio. Il mozzo era suddiviso in quattro quadranti, ogni quadrante portava da tre a quattro pale così la struttura complessiva risultava composta da dodici o sedici pale. Per la costruzione delle pale del ritrecine si preferiva usare il legno di ontano considerato migliore per la sua resistenza all’acqua, ma anche di altre essenze arboree come quercia e cerro; il mugnaio sbozzava e scavava un pezzo squadrato di legno con asce ricurve a manico corto (sgorbia) e per ottenere la giusta curvatura delle pale (che hanno forma simile a un quarto di sfera) segnava il pezzo aiutandosi con una sagoma di legno collocata sul blocco stesso.

La parte superiore dell’albero terminava con un asse verticale di trasmissione in ferro che, attraversando il pavimento del mulino e la macina inferiore fissa, si collegava ad incastro con la macina superiore mobile. Tutta la struttura formata dall’albero e dalla ruota appoggiava su una trave orizzontale (banchina) per mezzo di un perno verticale (puntaròlo) fissato all’ estremità inferiore dell’albero ed inserito nella bronzina. una piastra in ferro alloggiata al centro della banchina.

Attraverso una serie di cinghie era possibile attivare anche le altre due mole del mulino.